La storia del San Raffaele raccontata dal Presidente

Prefazione

Quale modo migliore per  conoscere l'Opera San Raffaele, se non quella di farlo raccontare dal suo ideatore,  fondatore e Presidente Don Luigi Maria Verzè? Attraverso alcuni  passi, tratti dalle interviste rilasciate in questi ultimi anni, uno spaccato vero, autentico e significativo di quello che è,  e rappresenta l'Opera del San Raffaele nel nostro Paese e nel Mondo.

Introduzione 

"Per anni, anzi per decenni solo contro tutti - politici, burocrati, sindacalisti, moralisti all'ingrosso e al dettaglio - questo crociato della salute ha vinto battaglie disperate, e se qualcuna ne ha perduta è stato per la prepotenza e strafottenza del nemico, che ha cercato di mettergli il bastone tra le ruote. A ottant'anni è ancora un leone. E non un leone da circo: un leone d'arena. Parla di Dio come di un compagno di lotta, che non l'ha mai abbandonato e che lui non ha mai tradito e ha sempre servito."
(tratta dall'intervista di Roberto Gervaso - Il Giornale 20.05.2000)


Don Verzè, davvero  la sfida cominciò con mille lire?

Certo. Ricordo la data: 12 ottobre 1950. Don Giovanni Calabria, un sacerdote veronese che Papa Wojtyla ha proclamato santo, mi congedò con queste parole: "A Milano nascerà una grande opera che farà parlare di sé l'Europa intera. Và, è il Signore che ti manda". Io uscì dalla stanza. Un attimo dopo mi richiamò, estrasse di tasca mille lire e mi disse: "Prendile, perché non voglio che tu domani possa dire che tuo padre ti ha mandato a Milano senza un soldo".
(tratta dall'intervista di Stefano Lorenzetto - Capital 8.1993)

" Fu il Cardinale Schuster a volermi a Milano per costruire un ospedale  che lui definì "per i borghesi", che somigliasse come qualità dell'assistenza alle cliniche private ma aperto a tutti. Secondo bisogno e non secondo portafoglio."
Iniziò  così e con l'aiuto della famiglia Bassetti (10 milioni) e del Conte Bonzi (che gli vendette il terreno)  la storia imprenditoriale di Don Verzè e del S. Raffaele.
(Tratta dall'intervista di Dario Di Vico - Corriere della Sera  18.11.1992)