Parla don Luigi Verzé, il fondatore dell’istituto di cura e di ricerca di Milano.
A 86 anni combatte come un trentenne.
La scelta di farsi sacerdote osteggiata dal padre e pagata carissima, la sua verità affidata all’ultimo libro "Io e Cristo"
di Roberto Gervaso
A ottantasette anni, che l’anagrafe gli attribuisce, ma l’aspetto non tradisce, don Luigi Verzé vive e combatte come e quando ne aveva trenta.
È un lottatore infaticabile, un conducatòr senza macchia e senza paura, un despota al servizio di Dio, un apostolo moderno non so se più amato, venerato o temuto.
Sa quello che vuole e l’immensa fede gli fa volere tutto. Se non sempre lo ha ottenuto è perché "Lassù" a "Qualcuno" piace vederlo sfidare con implacabile grinta l’avversario o il nemico di turno.
"Manager di Dio" l’hanno definito, ma, forse, don Luigi è qualcosa di più: Suo socio di minoranza in quella multinazionale della medicina e della ricerca che è il San Raffaele. Tempio della salute costruito da un uomo che crede in Dio almeno quanto Dio crede in lui. Se don Verzè non fosse immortale, l’avrebbero già fatto santo.
"Io e Cristo": un saggio teologico e un testamento spirituale?
«Né l’uno né l’altro.»
Che cosa?
«Un concentrato dei principi e dei valori che stanno alla base di quell’Opera di Dio che è il San Raffaele.»
Perché "Io e Cristo" piuttosto che "Cristo e io"?
«Perché a Cristo sono giunto attraverso me stesso, i miei bisogni, il mio ideale
Dove lo ha incontrato?
Fin da piccolo ho sentito l’irrefrenabile desiderio di conoscerlo e di appartenergli nel sacerdozio.»
Una scelta condivisa in famiglia?
«Una scelta osteggiata da mio padre e, quindi, pagata carissima. Cristo lo incontro e anche lo scontro. E’ il tema del mio libro perché lo è della mia vita.»
L’amore di Cristo è sempre disinteressato?
«Non c’è amore vero dettato da interessi materiali.»
Dio è più un "perché" o un "affinché"?
«Dio è il perché delle nostre azioni, di tutto ciò che facciamo; è l’alfa, l’origine di tutto, ed è l’omega di tutto l’esistente. In ciò sta l’entusiasmo, l’ottimismo, il fascino del vivere.»
Balzac credeva nell’incomprensibilità di Dio. E Lei?
«Un conto è capire o contenere, un conto è comprendere o buttarvisi. In certe circostanze, magari dolorose, è difficile capire Dio, ma nell’amarlo lo si conosce e, se lo guardi crocifisso, si è insieme con lui.»
Si può capire Dio fino in fondo?
«Che stoltezza pensare di capirlo fino in fondo. L’amore ce lo rende compagno vero, per la vita.»
Cosa risponde a Dostoevskij: "Dio è dolore che nasce dalla paura della morte"?
«Le rispondo con una citazione di uno dei più grandi filosofi e Padri della Chiesa: San Tommaso.»
Cosa diceva?
«... "Dalla Natura nasce la paura della morte, dal desiderio di Dio l’audacia". L’uomo vero è un uomo audace.»
Recentemente Mondadori ha pubblicato "Pelle per Pelle", una specie di autobiografia. Ora Bompiani ha dato alle stampe "Io e Cristo". Due testi complementari?
«Pelle per pelle" è il guscio duro della noce.»
E "Io e Cristo"?
«E’ la noce.»
Cioè?
«Il contenuto, quello più vero, il mio pensiero costante. L’uno senza l’altro è corpo senza anima. Questa è la mia verità, resa pubblica senza pudore. Tanto, "Non c’è nulla di nascosto che non debba essere svelato".»
Chi l’ha detto?
«Gesù.»
Le fa paura la morte?
«No. E le dico una cosa che le sembrerà un paradosso. Sa come vedo la morte?
Come la vede?
«Come un invito a salire sul set del più grande spettacolo di vita.»
E qui?
«Vedo il mio corpo come angelica farfalla che s’invola, da crisalide viva, verso la bellezza di Dio.»
Non teme il morire?
«Il morire è sempre traumatico, ma è l’atto più vivo, se ne abbiamo piena consapevolezza.»
E se Dio giocasse a dadi con il mondo?
«Quelli che giocavano con gli uomini erano gli dei greci.»
Mentre il Dio cristiano?
«Ci ha amati di un amore così grande che ha voluto che suo figlio morisse per noi. E perciò con noi. Il Crocifisso: uno spettacolo terribilmente severo, eppure vero. Non è un gioco morire in croce, ma uno spettacolo che risucchia ogni pensante. E poi, c’è la resurrezione...»
Esiste un peccato che Dio, nella sua infinita misericordia, non potrà mai perdonare?
«Lo dice il Vangelo: "La bestemmia contro lo Spirito Santo".»
Cioè?
«Contro l’amore.»
In altre parole?
«Non riconoscere che Dio è amore.»
È solo questo il peccato che lega le mani a Dio?
«Sì. Sospendendone l’onnipotenza salvatrice.»
Un altro peccato moderno?
«Pretendere di scalzare innocuamente i principi più assodati dalla cultura, dalla storia e dal cristianesimo.»
Intende il relativismo?
«Sì. Il relativismo fatto dottrina.Anzi, peggio: legge.»
"La fede - lei dice - è andar in bicicletta". Da quanto tempo lei pedala?
«Ho cominciato molto presto a pedalare. E ora pedalo sempre più veloce. E sempre con minore fatica.»
E’ fede la fede che non dubita?
«Io ogni giorno discuto con Dio. Poi, come discolo ammonito, mi adeguo e mi sento felice.»
Chi ama non può dubitare dell’amato?
«No. Altrimenti, che amore è? Il dubbio troppo lungo ti macera.»
Chi mi potrebbe dare la fede che non ho e vorrei avere?
«Anche negli Apostoli la fede nacque e si sviluppò stando con Cristo. Divenne turris eburnea, quando divenne vero amore. Tutto dipende da quel ‘vorrei avere’, che citava.»
E quando questo accade?
«Se la fede è un desiderio vero. Sa cosa diceva Montale?»
Cosa diceva?
«Come un imprevisto, ma da lungo atteso. »
La sua fede ha mai vacillato?
«Noo! Sono testardo. Ho pregato, sofferto e pianto. Perfino dinanzi alla faccia della Bindi.»
Cosa le ha fatto Rosy, la pasionaria di Sinalunga?
«Mi ha strappato il mio bel San Raffaele di Mostacciano.»
Neanche allora la certezza che Lui l’ama, lo ha abbandonato?
«Neanche allora.»
Ha mai pensato di gettare la tonaca alle ortiche?
«No, sarebbe come uccidere me stesso.»
Perché?
«Non posso pensarmi al di fuori del sacerdozio. Non c’è un uomo e un sacerdote.»
E chi c’è?
«C’è don Luigi. Non un don Luigi, ma don Luigi.»
Quale domanda si fa più spesso?
«Voglio amarti sempre di più, o mio Gesù. Amare te è amare me, perché tu sei il mio essere.»
Quante ore al giorno prega?
«Non c’è, per chi ama, un’interruzione. Si ama e si lavora, si lavora amando.»
Quante ore allo scaglio?
«Dalla mattina alla sera.»
E la notte?
«Talvolta, anche la notte, se le preoccupazioni non mi fanno dormire.»
Quanti San Raffaele ci sono oggi nel mondo?
«Una dozzina circa, ma sono sempre di più quelli da fare. Ogni San Raffaele dev’essere se stesso.»
Cioè?
«Come il modello di Milano: assistenza, ricerca, formazione integrate. Abbiamo l’obbligo di dare tutto ciò che siamo o che abbiamo.»
Cos’ha in cantiere?
«Un San Raffaele natante, che porterà la nostra medicina sulle coste della Colombia e nei Caraibi.»
Quando guarirà dal ‘mal del mattone’?
«Mai. Finché la sofferenza e la malattia non saranno sconfitte.»
Cosa chiede ai suoi medici?
«Competenza, dedizione, umanità.»
Anche di essere sacerdoti?
«Anche di essere sacerdoti.»
Cioè?
«Uomini e donne che si consacrano al servizio dell’uomo, immagine di Dio.»
Le colonne d’Ercole della scienza?
«Ogni giorno le dobbiamo superare con il nostro intelletto e la nostra responsabilità di uomini, prima che di scienziati.»
Quando va staccata la spina?
«L’ho scritto chiaramente nel capitolo del mio ultimo libro, "Tempio della Sofferenza". Per eliminare i mali non è lecito uccidere.»
Perché?
«Perché l’eliminazione della vita è il peggiore di tutti i mali. Così come la vita è il migliore di tutti i beni.»
E l’eutanasia?
«Qualunque ne sia la motivazione, è irrazionale.»
Solo cristianamente?
«No. è anche scientificamente e professionalmente riprovevole.»
Perché?
«Perché rivela vuoto culturale, antropologico, teologico. È come buttare un diamante perché non s’è trovata la punta dura per renderlo trasparente.»
E la resa alla malattia?
«Mai al "non c’è più niente da fare". Uccidere per compassione è meschina codardia; è contro il progresso verso l’uomo integrale. Niente può. giustificare la soppressione della vita. Il diritto di morire non va contrabbandato con l’uccidere.
E l’accanimento terapeutico?
«Esaspera la fatica del morire e non va contrabbandato con l’accanimento d’amore.»
E il testamento biologico?
«Ad evitare la sofferenza non servono metodi abrogativi della vita, tutti brutali.»
Compreso il testamento biologico?
«Compreso.»
Come definirlo?
«"Patto scellerato" o "frigo funerario". Sa piuttosto, cosa occorre?»
Cosa occorre?
«Un’illuminata deontologia, una cultura pluridisciplinare su quelle proprietà integranti della vita che sono la sofferenza e la morte. Questo intendo per morire vivi, per gestione della qualità di vita e di morte.»
A chi spettano questi compiti?
«Alla serietà del medico. Integrano la sacralità dell’ospedale-tempio.»
Il più inalienabile diritto umano?
«La libertà. È un diritto umano, divino e divinizzante per chi mira a Dio.»
Si può essere giovane a ottantasette anni?
«Dio è giovanissimo e vecchissimo perché ama moltissimo. Sempre.»
Chi potrebbe fermarla?
«Nulla con Dio. Più ne ho coscienza e più voglio correre. A qualunque costo.»
Il suo primo pensiero, la mattina, quando apre gli occhi?
«Lo cerco.»
E l’ultimo la sera, prima di chiuderli?
«Lo cerco, e in Lui mi butto.»
È sicuro di andar in Paradiso?
«Ogni tanto dico al Signore: "Anche se mi spedissi all’inferno, una sola cosa, là, non potresti impedirmi: di amarti".»
Cosa sarà fra un secolo del San Raffaele?
«Gesù disse: "Quando il Figlio di Dio tornerà sulla terra, troverà ancora la fede?".
E lei cosa risponde?
«"Troverai ilSan Raffaele". Finché nel San Raffaele, al di sopra di tutto, prevarrà l’amore, questo tempio della Medicina e della Sofferenza prospererà.»
E se così non fosse?
«Il San Raffaele imploderà o si autodistruggerà.»