Don Verzè: non è un vegetale. Il Giudice non decide sulla vita
Sento come uomo e come sacerdote tutta l’umana pietà per Eluana, così come mi sento vicino al calvario della famiglia vissuto in questi anni. Ma non posso esimermi da uomo di fede e di scienza di esprimere alcune considerazioni che da sempre animano l’Istituto scientifico universitario San Raffaele: «Tempio della medicina e della sofferenza».
C’è qualcosa di terribile nella spaventosa decisione che condanna a morte una persona viva, assolutamente non «terminale», che ha solo bisogno di cibo ed acqua per continuare a vivere come ciascuno di noi. Il Comitato nazionale di bioetica dopo il caso di Terry Schiavo aveva a chiare lettere affermato che l’alimentazione non può essere in alcun modo assimilata a un trattamento medico intensivo e non può dunque essere considerato accanimento terapeutico. Il paziente in stato vegetativo non è un vegetale, la scienza insegna che esistono casi di recupero parziale di contatto con il mondo esterno. Oggi il concetto di stato vegetativo permanente per gran parte della comunità scientifica è da considerarsi superato. Con questa sentenza viene dunque data priorità assoluta a una selezione della persona in base a un criterio soggettivo di «qualità della vita». Ma chi lo stabilisce, quali sono i parametri minimi di «qualità» di una vita? Con questa decisione, la Magistratura, non paga di invadere l’azione politica distruggendone la cultura, pretende oggi di avere anche il dominio sulla vita, in nome di un «Diritto», fra l’altro tutto da dimostrare. Questo, a mio avviso, è lo scandalo intollerabile. Questa è la crisi culturale che la vicenda di Eluana mostra nella sua crudezza. Per questa ragione non ritengo si debba parlare in questo caso di eutanasia (non c’è alcun accanimento medico), ma si debba usare il giusto termine: omicidio.
La scienza a tutt’oggi è ancora divisa nello stabilire se questi ammalati soffrano veramente e se, al di la là del dolore fisico, provino altre sensazioni pur non essendo completamente presenti. Nella mia esperienza ho verificato come ammalati in coma, apparentemente privi dell’udito, della parola, della vista, risvegliatisi anche dopo lungo tempo, mi hanno ripetuto parole e frasi che io avevo detto loro durante la degenza e che, a rigor di scienza e di logica, «non avrebbero potuto sentire». E’ evidente, a questo punto, come le decisioni sulla vita di un uomo non possono essere affidate né al medico né al magistrato e neppure ai parenti più cari. Spettano solo a Dio. Nessun uomo è padrone della vita né propria né, tanto meno dell’altrui.
Alla mia età e con la mia esperienza posso concludere con un monito: non uccidere! Chi di sentenza ferisce, di sentenza perisce.
* Presidente Fondazione San Raffaele del Monte Tabor